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Un commento tecnico alla nuova direttiva sul diritto d'autore

 

In questa settimana, nella commissione per la cultura e l’istruzione, è stato votato il parere sulla proposta di direttiva della Commissione europea, riguardante il diritto d’autore nella nuova realtà digitale. Durante le negoziazioni abbiamo assistito alla formazione di un’alleanza trasversale e inedita tra PPE, S&D (il gruppo parlamentare che vede tra le sue fila il PD) e Verdi, dove lo Stato membro di appartenenza ha giocato un ruolo cruciale. Mentre i socialisti propongono di brindare al “buon esito” delle votazioni, vorrei spiegarvi alcune delle proposte vergognose appena approvate, che porteranno alla censura del web e a un accesso limitato e sempre più complicato all’offerta culturale europea.

Nella prima parte della proposta della Commissione europea, si introducono delle eccezioni obbligatorie per permettere l’utilizzo e la fruizione senza restrizioni di opere coperte dal diritto d’autore in talune situazioni ben specifiche: estrazione di testo e dati (text and data mining, art. 3), attività didattiche (art. 4) e conservazione del patrimonio culturale (art. 5). Si tratta fondamentalmente di misure volte a favorire la ricerca, facilitare lo sviluppo di start-up innovative, sostenere l’educazione e la cultura in Europa. Mentre io, insieme a pochi altri colleghi, ho lottato per ampliare ulteriormente la platea dei beneficiari delle eccezioni e ne ho introdotto di ulteriori (prestito digitale di opere letterarie, clausola sul fair use e sul dominio pubblico), molti altri hanno spinto per inserire numerose deroghe e limitazioni, di fatto svuotando di contenuto tali proposte. La grande coalizione, che a parole si schiera a favore dei cittadini e del pluralismo, coi fatti difende però le lobby (intermediari e grandi gruppi editoriali in primis). Ad esempio sono riusciti ad impedire l’introduzione di un’eccezione obbligatoria in favore dell’utilizzo di opere da parte degli utenti a scopo di parodia, satira e critica.

Nella seconda parte del testo, invece, la Commissione europea ha malauguratamente inserito due disposizioni che stanno facendo molto discutere: un nuovo diritto d’autore “ancillare” per gli editori (chiamato anche “tax link”) e un meccanismo di filtri che consente alle piattaforme come Youtube o Google di censurare i contenuti caricati dagli utenti qualora li ritenessero lesivi del diritto d’autore. Video, immagini, musica, tutto diventerebbe a rischio censura. Si tratta di due misure sbagliate, oltre che anacronistiche. In questo modo, infatti, da un lato si premiano gli sforzi delle lobby dell’editoria e dell’industria musicale e cinematografica, che con l’avvento di Internet hanno visto cambiare il loro modello di business e diminuire i loro profitti pubblicitari, mentre dall’altro si forniscono a soggetti privati (nemmeno europei) enormi poteri di censura in grado di mettere a repentaglio i diritti fondamentali dei cittadini, come la libertà di espressione. Tutto questo in nome del profitto di pochi.

Che dire invece delle misure in favore degli artisti? La Commissione europea ha proposto giustamente di intervenire nello sbilanciato rapporto tra artisti e autori, da un lato, e produttori e intermediari dall’altro. Nello specifico ha conferito agli artisti e autori il diritto di ricevere, in totale trasparenza, tutte le informazioni relative alle modalità di sfruttamento delle opere da loro prodotte, inclusi i ricavi e benefici ottenuti, da parte di coloro che ne hanno acquistato i diritti patrimoniali (ad es. diritto di riproduzione, pubblicazione, comunicazione al pubblico). In questo modo l’artista, nell’eventualità di una sproporzione tra la remunerazione a lui riconosciuta e l’effettivo valore economico dell’opera, avrebbe la possibilità di rinegoziare i termini del contratto per adeguarlo alla situazione reale. Purtroppo la solita alleanza trasversale ha inserito varie clausole che impediscono l’adeguamento del contratto qualora il contributo degli artisti non sia significativo rispetto al complesso dell’opera. Come si fa però ad applicare un criterio così soggettivo e variabile a un ambito, quello culturale, che per definizione è liberamente interpretabile? Anche qui, a ben vedere, a parole ci si schiera in difesa delle parti deboli, ma poi attraverso i dettagli si continua a difendere e proteggere gli interessi delle lobby e dei grandi gruppi industriali. Come si suol dire, il diavolo è nei dettagli.

Tutto questo è ancora più inaccettabile se si pensa che questo parere proviene dalla commissione cultura, che più di ogni altra dovrebbe favorire la ricerca, la creatività, l’accesso alla cultura e al tempo stesso tutelare la posizione dei piccoli artisti e autori, vere e proprie parti deboli dell’industria culturale. Invece, come spesso succede in questo Parlamento, è stato tutelato soltanto lo sfruttamento economico delle opere culturali, appannaggio di pochi, nella solita ottica di massimizzazione del profitto. La battaglia non è però finita, perché tra qualche settimana all’interno della Commissione giuridica inizieranno le negoziazioni sulla relazione principale, di cui sono relatrice ombra. Mi batterò affinché le nostre istanze trovino accoglimento, per un’Europa dove la cultura sia davvero accessibile a tutti e dove i cittadini abbiano le condizioni migliori per esprimere la propria creatività e le start-up dispongano di un terreno fertile per innovare.

#SiamoDentro

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