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DIRITTO D’AUTORE: PRESAGI DI CENSURA DAL CONSIGLIO

  

Il Consiglio, su impulso della presidenza estone, ha partorito una proposta di compromesso riguardo alla direttiva sul diritto d’autore nel Mercato unico digitale, di cui sono relatrice ombra in commissione Affari giuridici in Parlamento. In particolare, questa proposta di compromesso è riuscita nell’impensabile impresa di peggiorare l’art. 13, volto a introdurre meccanismi di filtro da parte delle piattaforme online, rispetto alla versione originale della Commissione, che già destava forti preoccupazioni.

Sulla falsariga di una proposta scritta a sei mani dalle delegazioni francesi, portoghesi e spagnole, la delegazione estone, attraverso questa proposta di compromesso, amplia a dismisura il campo d’applicazione dell’art. 13, inserendo al suo interno una personalissima definizione di “comunicazione al pubblico”. Tentativo che si scontra apertamente con l’approccio della Commissione, la quale aveva più volte ribadito come non avesse alcuna intenzione di mettere mano alla definizione di “comunicazione al pubblico”. Questo concetto, su cui da anni la Corte di giustizia svolge la sua opera di interpretazione, è infatti sprovvisto attualmente di una definizione legislativa specifica e circoscritta: viene infatti menzionato, senza definirlo, all’art. 3, par. 1 della direttiva 2001/29/CE (c.d. direttiva InfoSoc) e all’art. 8, par. 2 della direttiva 2006/115/CE sul diritto di noleggio. Il legislatore aveva infatti deciso - a buon titolo - di evitare di cristallizzare, attraverso una definizione circoscritta, un concetto che fa riferimento a una realtà multiforme e in rapidissima evoluzione, in modo da evitare, come capita spesso, di restringerne troppo l’applicazione, correndo il rischio di rendere rapidamente la norma obsoleta. La giurisprudenza (comunitaria e nazionale) ha quindi compiuto negli anni un’interpretazione caso per caso, delineando una serie di criteri (pubblico nuovo, conoscenza, scopo di lucro, ecc.) volti a definire il concetto di comunicazione al pubblico. Un concetto dinamico, quindi, che i tribunali adattano continuamente alle particolarità del caso specifico, in modo da resistere ai rapidi cambiamenti che avvengono in un contesto, quello digitale, in costante evoluzione. 

Ora invece l’Estonia, col supporto di Francia, Portogallo e Spagna, propone di codificare una volta per tutte il concetto di “comunicazione al pubblico”, basandosi solo su una frazione dei criteri individuati dalla giurisprudenza, equiparando in modo del tutto arbitrario quasi tutte le piattaforme - con poche eccezioni, arbitrarie anch’esse - a “The Pirate Bay” (celebre piattaforma online di file-sharing) e quindi considerando tutti i fornitori di servizi online che organizzano i contenuti caricati dai loro utenti come responsabili di tali contenuti. Le conseguenze di tale scelta, per i cittadini, sono potenzialmente gravissime. Vi è infatti il rischio di mettere a repentaglio la libertà di espressione e colpire indiscriminatamente siti come Wikipedia, ma anche banche dati universitarie e aree dedicate ai commenti di giornali online e blog. I fornitori di questi servizi diverrebbero in tal modo responsabili, in sede civile e penale, dei contenuti caricati dai propri utenti (meme in violazione del diritto d’autore, video, commenti “sopra le righe”, ecc.) ed è facile immaginare come, per evitare di incorrere in sanzioni, tali fornitori finirebbero per filtrare e non pubblicare (censurandolo) ogni contenuto “dubbio”, rendendo di fatto Internet non più uno spazio libero, ma uno spazio sottoposto a censura (come già accade in altri paesi certamente non democratici, come Cina, Turchia e Corea del Nord).

Tutto ciò, si ricorda, senza alcuna previa consultazione degli attori interessati e un’appropriata valutazione d’impatto, utilizzando oltretutto formulazioni assai confuse e poco chiare, che complicherebbero la vita ai giudici, oltre che alle imprese stesse. Tra queste ultime, verrebbero danneggiate in particolar modo le PMI che, a differenza delle grandi multinazionali, non dispongono delle risorse necessarie per utilizzare sofisticati meccanismi di filtro.

 

Mi chiedo quale posizione intenda assumere il governo italiano in seno al Consiglio, se intenda battersi in difesa dei cittadini e della libertà d’espressione, oppure in favore dei grandi intermediari e delle lobby. Io la mia scelta l’ho già fatta!  

LEGGETE QUESTO POST PRIMA CHE VENGA CENSURATO!

 

La Commissione europea ha pubblicato lo scorso 28 Settembre una comunicazione rivolta al Parlamento europeo e al Consiglio in materia di rimozione di contenuti illeciti online, specificatamente quelli pubblicati sulle grandi piattaforme digitali e sui social network.

Ancora un volta stupisce come la Commissione, nell’affrontare un problema che certamente esiste (la presenza di contenuti illegali, come quelli di incitazione all’odio, al terrorismo e pedopornografici), non riesca ad uscire dal circolo vizioso della c.d. horse law (ossia interventi legislativi non orientati a introdurre soluzioni normative per il futuro, ma soltanto a codificare lo status quo) e dell’autoregolamentazione, ossia la delega ai privati delle funzioni che per definizione (e per Costituzione) appartengono solo allo Stato. Perché è statuire l’ovvio affermare che ciò che sia illegale nel mondo “analogico” lo sia anche in rete. È poi altrettanto pacifico che le piattaforme online debbano rimuovere nel minor tempo possibile i contenuti dichiarati illegali, adottando politiche di collaborazione con tutti i soggetti interessati (utenti, terze parti e autorità statali). Tuttavia, è inaccettabile, oltre che rischioso, che lo Stato abdichi ai suoi doveri, attribuendo a soggetti privati, come Facebook e Google, la funzione di giudice, imponendogli di eliminare contenuti illegali o presunti tali. Come altrettanto pericoloso è delegare la scelta della liceità o meno di un contenuto a segnalazioni di utenti anonimi, i cui interessi non sono sempre trasparenti (si pensi ad esempio ai concorrenti commerciali), con il rischio di permettere a infondati passaparola di creare una “caccia alle streghe digitale”.

Quando si parla della libertà d’espressione, il confine tra diffamazione e satira, tra incitazione all’odio e black humour, è talmente sottile e dipendente dal contesto specifico, che neanche il più avanzato degli algoritmi può pretendere di individuarlo con precisione. È per questo che, prima di censurare alcunché, è quanto mai necessario l’intervento del giudice che, interpretando la legge e analizzando le prove e le circostanze, emetta un verdetto rispettando le garanzie di difesa del presunto colpevole. Serve un’analisi caso per caso, non una soluzione generale valida sempre, a prescindere dalle circostanze.

Se si vuole avere un esempio pratico di cosa possa comportare la privatizzazione della giustizia, vi invito a dare un’occhiata alla recente entrata in vigore in Germania della c.d. Netzwerkdurchsetzungsgesetz, chiamata anche “legge Facebook”, prima legge al mondo contro l'hate speech e i post offensivi sui social network. Le disposizioni obbligheranno qualunque social network con più di 2 milioni di iscritti a rimuovere entro 24 ore qualunque contenuto illegale (7 giorni per i contenuti più controversi), pena multe che possono variare da 5 a 50 milioni di euro.

Tale legge oltretutto non si applica soltanto alla propaganda di stampo terroristico o all’incitamento all’odio, ma anche ad altri reati più comuni come la diffamazione, la calunnia e la diffusione di notizie false. Fattispecie, si ripete, dove il confine tra il lecito e l’illecito è assai labile e, spesso, si nasconde nei dettagli. Tuttavia, mentre il giudice è imparziale per legge (costituzionale), questo non è certamente il caso di una piattaforma digitale, che è pur sempre una società privata (spesso americana) votata al profitto. Non è perciò difficile immaginare che, per evitare sanzioni pesanti e per rimanere in buoni rapporti con i governi, tali piattaforme adotteranno un approccio estremamente cautelativo, rimuovendo o non caricando ogni contenuto minimamente sospetto. Il quadro che esce fuori, di orwelliana memoria, è decisamente sinistro e pericoloso, e vede l’instaurazione di un imponente meccanismo di censura privata, con dietro l’ombra del governo. Tutto ciò, si ricordi, in totale spregio della direttiva E-Commerce e della giurisprudenza della Corte di giustizia e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Dal canto mio, ho sempre sostenuto l’importanza di investire in politiche di alfabetizzazione digitale, perché solo con l’educazione e la prevenzione si può porre fine a certi comportamenti incivili, prima che illegali, non certo ricorrendo a strumenti di censura, scelti da altri Stati certamente non democratici.

Per questi motivi non deve stupire come, durante il Digital Summit tenutosi a Tallinn il 29 Settembre, nessun leader europeo abbia posto l’attenzione sui rischi che tali pratiche possono comportare per i diritti fondamentai dei cittadini e per le fondamenta della società democratica. Si è preferito, come al solito, fare tante chiacchiere sul completamento del Mercato digitale unico (non supportate dai fatti, basti pensare al regolamento sulla portabilità o a quello sulla ritrasmissione online) o sull’istituzione di una “tech tax” per aggredire i profitti - quasi esentasse - dei giganti del web. Tale proposta, condivisa, tra gli altri, da Francia, Germania e Italia (ma Renzi non era contrario?) è chiaramente osteggiata da paesi come Irlanda, Lussemburgo e Olanda, dove le aliquote minimali fanno parte di vere e proprie politiche economiche. Una tassa speciale che, tra l’altro, presenta numerosi problematiche, sia di natura politica (la materia fiscale, non essendo armonizzata a livello d’Unione, necessita del supporto unanime degli Stati membri) che pratica (soggetti passivi, base imponibile, destinazione dei tributi riscossi, ecc.).

Anche qui si cela un’altra grande ipocrisia europea: ci si spinge fino a ipotizzare la creazione di una nuova tassa, quando basterebbe porre fine alle pratiche di tax dumping (e relativo social dumping) di certi Stati membri, alla faccia del divieto di aiuti di stato e di politiche anti-competitive, oltre che del principio di solidarietà. Argomenti demagogici, perché invece di proporre soluzioni efficaci a lungo termine, suggeriscono soluzioni soltanto apparenti - nonché estremamente conservative - dietro le quali si nasconde la protezione di interessi purtroppo ritenuti più importanti di quelli dei cittadini e della società civile. Il terrorismo, l’incitamento all’odio e i contenuti illegali non possono, e non devono, infatti giustificare l’abolizione dello Stato di diritto o la sospensione di diritti costituzionalmente garantiti come il diritto alla privacy o alla libertà d’espressione.

 

Bruxelles è la capitale delle lobby

 

 

Nel 2011, per garantire un certo grado di trasparenza e un minimo di regole per le attività lobbistiche, la Commissione europea ed il Parlamento hanno stipulato un accordo inter-istituzionale che ha istituito il Registro Congiunto per la Trasparenza (http://ec.europa.eu/transparencyregister/public/homePage.do?redir=false&locale=it). Tale accordo, di cui però non fa parte il Consiglio, nel 2014 è stato aggiornato ed a fine settembre 2016 la Commissione europea ha presentato una nuova proposta che mira a superarlo.

La nuova proposta, che formalmente ha l’obiettivo di istituire un “Registro obbligatorio per la Trasparenza”, è stata inoltrata al Parlamento europeo che ha, a questo scopo, istituito un apposito gruppo di lavoro di cui faccio parte e nominato (per il tramite della Conferenza dei Presidenti), come negoziatori principali, la Vice-Presidente Sylvie Guillaume (S&D) e la presidente di AFCO Danuta Hübner (PPE). Le negoziazioni tra le tre Istituzioni, la proposta mira infatti ad estendere l’accordo anche al Consiglio dell’Ue, dovrebbero iniziare dopo la pausa estiva e non promettono nulla di buono.

Nonostante il titolo altisonante e la precipua volontà di coinvolgere il Consiglio (la più opaca delle tre Istituzioni), si tratta pur sempre di una proposta relativa ad un mero accordo inter-istituzionale e ciò rischia di essere solo un pannicello caldo. Un’astuta opera di maquillage che non apporterebbe nessun cambiamento sostanziale allo status quo. Giuridicamente infatti l’accordo vincola solo i contraenti (mutatis mutandis è come se si trattasse di un contratto fra privati) e non è in grado né di far sorgere obblighi in capo a terzi né di modificare il diritto sostanziale (si veda, a questo proposito, quanto previsto dall’art. 295 TFUE). Tutto ciò è stato ben esplicitato in un parere che il servizio giuridico del Consiglio ha redatto e nel quale si chiarisce la posizione del Consiglio.  Tra le altre cose, è molto interessante notare come si affermi che l’uso della parola “obbligatorio” sia fuorviante e potrebbe generare confusione.

Come se tutto ciò non bastasse, il processo negoziale alle porte è avvolto da grande opacità, almeno stando a quanto ho potuto vedere nell’ambito del gruppo di lavoro, che solo poco tempo fa ha redatto il mandato negoziale. Le riunioni infatti si sono svolte a porte chiuse, la Conferenza dei Presidenti ha approvato il mandato seguendo delle logiche politiche totalmente svincolate dagli interessi dei cittadini ed i piccoli gruppi non hanno avuto alcuna voce in capitolo. Sembra tutto paradossale: si vuole approvare un accordo per garantire maggiore trasparenza, ma lo si fa a porte chiuse, senza uno straccio di dibattito pubblico e trasparente! Ha ragione Beppe Grillo qui siamo alla metafisica della politica: bisognerebbe mandare uno psichiatra per analizzare il comportamento di questi politici di professione.

La battaglia è solo all’inizio e non mi abbatto: sono convinta che alla fine riusciremo a portare un po’ di trasparenza anche qui a Bruxelles!

Guardate, a proposito di lobby e trasparenza, la risposta data dalla Commissione europea ad una mia (https://goo.gl/noZBoF) in merito ad un incontro, avvenuto su un jet privato, tra il Commissario Oettinger ed un facoltoso lobbista.

In alto i cuori! 

E se la tecnologia blockchain rivoluzionasse il modo di votare?

 

La tecnologia blockchain rappresenta la rivoluzione in materia di sicurezza e trasparenza necessaria per rendere possibile il voto elettronico, e se così fosse, quali sono le future implicazioni per la democrazia?

Nonostante la digitalizzazione di molti aspetti importanti della vita moderna, le elezioni rimangono in gran parte condotte offline, su carta. Dall’avvento del nuovo secolo, il voto elettronico (e-voting) è stato considerato un promettente e (prima o poi) inevitabile sviluppo, che potrebbe accelerare, semplificare e ridurre il costo delle elezioni, e perfino condurre a una maggior partecipazione e allo sviluppo di democrazie più forti. Il voto elettronico potrebbe assumere varie forme: usare internet o reti isolate e specifiche; richiedere ai votanti di recarsi a un seggio elettorale o permettere loro di votare senza essere supervisionati; usare dispositivi già esistenti, come telefoni cellulari o computer, oppure utilizzare delle attrezzature specifiche.

Ora abbiamo un’ulteriore possibilità; continuare a confidare nelle autorità centrali per la gestione delle elezioni o usare la tecnologia blockchain per fornire un registro elettorale aperto ai cittadini. Molti esperti concordano che l’implementazione del voto elettronico richiederebbe numerosi miglioramenti nei sistemi di sicurezza.

Il vero dibattito però consiste nel capire se l’introduzione delle tecnologie blockchain rappresenti una trasformazione o semplicemente un miglioramento del sistema già esistente e quali siano le sue implicazioni per il futuro della democrazia.

 

Come potrebbe essere utilizzata la tecnologia blockchain per il voto elettronico?

 

Il protocollo blockchain è un sistema che permette di raccogliere e verificare le registrazioni degli utenti, garantisce trasparenza ed è distribuito tra gli utenti. Normalmente i votanti sono registrati, gestiti, contati e controllati da un’autorità centrale. La tecnologia blockchain per il voto elettronico (blockchain-enabled e-voting, BEV) permetterebbe ai votanti di compiere queste attività autonomamente, permettendogli di conservare una copia dei risultati della votazione.

Lo storico dei risultati elettorali non potrebbe pertanto essere modificato in quanto gli altri votanti si accorgerebbero che tale risultato è diverso da quello in loro possesso. Non potrebbero inoltre essere aggiunti voti illegittimi perché gli altri votanti avrebbero la possibilità di verificare se i voti rispettino le regole (probabilmente perché già stati conteggiati oppure non associati a un registro elettorale valido). La BEV sposterebbe potere e fiducia dalle autorità centrali, quali le autorità elettorali, e promuoverebbe lo sviluppo di un consenso favorevole alla diffusione della tecnologia in questo campo.

Una prima alternativa per lo sviluppo di sistemi BEV per il voto elettronico è quella di creare un nuovo sistema su misura, pensato per riflettere le specifiche caratteristiche delle elezioni e dell’elettorato. Un secondo approccio che potrebbe essere meno costoso e di più facile applicazione sarebbe quello di condurre le elezioni con un sistema blockchain già esistente, come quello usato per la valuta virtuale, il bitcoin. Dato che la sicurezza del registro pubblico legato alla tecnologia blockchain dipende dal numero degli utenti, questo approccio potrebbe risultare più sicuro anche per paesi con un numero di votanti limitato.

Gli esperti di blockchain stanno discutendo riguardo una nuova generazione di sistemi tecno-democratici, e stanno già emergendo delle equivalenti virtuali delle amministrazioni nazionali, basate sulla tecnologia blockchain. Tuttavia, nel breve termine, le potenzialità maggiori della BEV si trovano nel contesto organizzativo più che in quello nazionale. Questi sistemi sono già stati infatti utilizzati per le elezioni interne dei partiti, e per i il voto degli azionisti in Estonia. 

Guardando avanti, la BEV potrebbe essere combinata con contratti intelligenti, che gli consentirebbero di entrare in vigore automaticamente in presenza di certe condizioni precedentemente concordate. Per esempio, i risultati elettorali potrebbero automaticamente innescare l’attuazione delle promesse elettorali, delle scelte di investimento o di altre decisioni che riguardano l’aspetto organizzativo.

 

Effetti potenziali e sviluppi

 

Le promesse più ottimistiche riguardo al voto elettronico - i.e. che incoraggerebbe i giovani europei a riavvicinarsi alla partecipazione democratica - dovrebbero tuttavia essere analizzate con un certo scetticismo. Analogamente, molte delle preoccupazioni circa la BEV - anonimato, coercizione e accessibilità - si estendono anche ai sistemi cartacei tradizionali.

La coercizione è una minaccia per ogni sistema di voto che prevede forme di partecipazione remota (i.e. voto a mezzo posta). Sia per quanto riguarda la BEV che le elezioni cartacee, l’utilizzo di cabine elettorali segrete rappresenta l’unica garanzia contro le frodi.

L’accessibilità in favore di tutti i votanti è una preoccupazione fondamentale in tutte le elezioni. La BEV potrebbe completare le cose presentando ai cittadini fin troppe opzioni. Ad esempio, potrebbero dover scegliere se votare presso un terminale all’interno di una cabina tradizionale o utilizzare un dispositivo personale. Potrebbero esserci interfacce diverse per i cittadini che non desiderano soltanto votare, ma anche esercitare il loro diritto di accedere ai dati e controllare che siano state osservate le procedure corrette.

L’anonimato è spesso considerato un elemento cruciale della partecipazione democratica, sebbene molte elezioni nazionali siano di fatto “sotto pseudonimo”. Ciò significa che scoprire come le persone abbiano votato non è facile, ma è possibile in quanto un codice collega ogni scheda elettorale a una voce personale contenuta in un registro elettorale. Siamo obbligati a fidarci delle autorità per quanto riguarda la protezione dell’anonimato. Anche la BEV e sotto pseudonimo, perciò può essere talvolta possibile scoprire come una persona abbia votato. Possiamo fidarci della comunità e della tecnologia per proteggere il nostro anonimato? I lavori sono in corso, nello sviluppo della BEV, su di una risposta tecnica a tale questione che possa offrire un anonimato totale. Un’altra risposta potenziale consiste nell’affidare a un’autorità centrale il compito di distribuire gli pseudonimi e di mantenerli segreti, proprio come viene fatto attualmente nei sistemi di voto cartaceo. Tuttavia, il mantenimento di un certo potere centralizzato e della fiducia potrebbe in tal modo mettere alla prova l’ideologia della decentralizzazione associata con i sistemi basati sul blockchain.

Un’altra questione fondamentale consiste in come assicurare una fiducia diffusa nella sicurezza e legittimità del sistema. Per quanto riguardo le elezioni cartacee, non è sufficiente che il risultato sia giusto e valido. L’intero elettorato, anche qualora sia deluso dal risultato, deve accettare che il processo sia stato legittimo e affidabile. In quanto tale, oltre a garantire sicurezza effettiva e precisione, la BEV deve anche ispirare un’ampia fiducia del pubblico e affidamento. Poiché il protocollo blockchain è piuttosto complesso, ciò potrebbe costituire un ostacolo all’accettabilità della BEV da parte dell’opinione pubblica. 

Infine, nel valutare gli effetti potenziali della BEV, dobbiamo considerare i valori e le politiche che esso riflette. La BEV non digitalizza semplicemente il processo di voto tradizionale, ma propone un’alternativa dotata di una diversa cerchia di valori e basi politiche. Tradizionalmente, le autorità organizzano le elezioni e il processo è a scatola chiusa, centralizzato e dall’alto verso il basso. La BEV è l’opposto. Il processo è gestito dalle persone ed è trasparente, decentralizzato e dal basso verso l’alto. Mentre la partecipazione alle elezioni tradizionali rinforza l’autorità dello stato, la partecipazione alla BEV impone la supremazia del popolo. Da questa prospettiva, non deve sorprendere come si sollevino dei collegamenti tra la BEV e le transizioni verso una democrazia più diretta, decentralizzata e dal basso verso l’alto. Come tale, la misura in cui la tecnologia blockchain prospererà nell’area del voto elettronico può dipendere dal grado in cui riuscirà a riflettere i valori e la struttura della società, della politica e della democrazia.

 

Politiche preventive

 

Mentre il diritto europeo non prevede protocolli specifici per le elezioni negli Stati membri, è avvenuto un certo ravvicinamento e sono stati fatti sforzi per incoraggiare l’utilizzo del voto elettronico rispettando al contempo i principi costituzionali della legge elettorale (a suffragio universale, uguale, libero, segreto e diretto). Tuttavia, le proposte di utilizzo della tecnologia blockchain nelle elezioni nazionali dovrebbero ottemperare diverse altre aree del diritto europeo, inclusi il diritto alla riservatezza e alla protezione dei dati dei votanti e l’accessibilità per tutti i cittadini. 

Nel luglio del 2015 è stata accettata dal Parlamento la mia proposta di effettuare uno studio scientifico sulla possibilità di aumentare gli spazi di democrazia diretta e partecipativa anche a livello europeo, dal titolo “Technology Options and Systems to Strengthen Participatory and Direct Democracy”. Lo studio è ormai completo e giovedì alle 9.30 verrà presentato a Strasburgo, l’evento sarà in diretta streaming e appena sarà disponibile il link lo pubblicherò. 

Lo studio si pone l'obiettivo d'indagare, a livello scientifico, le possibilità concrete che sussistono per poter adottare ed implementare a livello europeo strumenti di democrazia diretta ed elettronica, come quelli impiegati dal Movimento 5 Stelle. Il punto centrale dell'analisi sarà rappresentato da un'indagine empirica delle esperienze di democrazia diretta ed elettronica che si possono rinvenire sia in Europa che nel mondo intero.

Traduzione libera di un articolo dello STOA, per leggere l’articolo in lingua originale: https://goo.gl/cZhgfH

Per avere maggiori informazioni sullo studio scientifico sulla possibilità di aumentare gli spazi di democrazia diretta e partecipativa anche a livello europeo: https://goo.gl/FBByVW

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