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È FINITO IL 2016, L'ANNO DEL TRAMONTO DEI MEDIA TRADIZIONALI

 

Il 2016 passerà alla storia come l'anno del definitivo tramonto del potere di influenza di stampa e tv. È rivelatrice la gaffe dell'inviata Rai Giovanna #Botteri che, dopo la vittoria di Trump, si chiedeva quasi disperata: "che cosa succederà a noi giornalisti? Che cosa succederà alla stampa?". Nessuno dei principali 100 quotidiani americani ha fatto un endorsement a #Trump. Appoggiando Hillary Clinton i media americani hanno perso la faccia e anche la credibilità. Hanno raccontato un'#America che non esiste. Non hanno capito nulla!

In Italia i media tradizionali non se la passano meglio. Il referendum del 4 dicembre è stato la #Caporetto di editorialisti e parrucconi del giornalismo. Presagivano l'inferno e invece ha semplicemente trionfato la democrazia. L'affluenza al 69% ha mostrato al mondo chi comanda in Italia: i cittadini! Con i falsi scoop di Beatrice #DiMaio e la continua drammatizzazione delle vicende romane si è toccato il fondo e i dati lo dimostrano. L'ultimo rapporto Mediobanca sull'editoria è senza appello: il giro d'affari complessivo di #Mondadori, #Rcs, L'#Espresso, Il Sole 24 Ore, Monrif, #Caltagirone, Itedi, Cairo e Class Editori è passato da 5,7 a 3,9 miliardi. Il fatturato di questi imperi dei media è calato del 32,6% e 4.500 posti di lavoro sono andati persi. Meno credibilità equivale a meno copie vendute: la diffusione dei quotidiani è scesa del 34% negli ultimi 5 anni.

Fiumi di inchiostro diventano carta straccia mentre il mondo va avanti con i social media. Per difendersi da questa inevitabile estinzione, i media tradizionali si arroccano nella Celebrazione del Potere. I continui richiami dell'Agcom a #Rai, #Mediaset, #Sky e #La7 lo dimostrano. Ma oggi è impossibile competere con i nuovi media che sono più veloci, ironici e spesso completi. La politica dovrebbe occuparsi della necessità di #alfabetizzazione ai nuovi media, risolvere problemi come il cyberbullismo e sul riconoscimento su cosa sia davvero propaganda e cosa informazione.

Davanti a questi numeri si dovrebbe fare ammenda e autocritica e invece si assiste alla caccia alle streghe che oggi prende il nome di "fake news"? Il Parlamento europeo ha approvato una vergognosa risoluzione che organizza una propaganda europea con i soldi dei contribuenti. Quello che viene chiamato "sostegno alla stampa indipendente" è in realtà una ingerenza per censurare le notizie scomode.

 

Scriveva Indro #Montanelli nel 1989: "la deontologia professionale sta racchiusa in gran parte, se non per intero, in questa semplice parola: onestà. È una parola che non evita gli errori....Ma evita le distorsioni maliziose quando non addirittura malvagie, le furbe strumentalizzazioni, gli asservimenti e le discipline di fazione o di clan di partito". Parole profetiche che oggi sono le campane a morto della stampa e tv che finora abbiamo conosciuto. Non sentiremo la loro mancanza.

ELEZIONI SUBITO!

 

Il Paese reale e la nostra #Costituzione hanno sconfitto Renzi. E adesso non ci sono alternative: occorre sciogliere immediatamente le Camere ed indire nuove elezioni.

Non c'è alternativa in un caso così palese di contrasto tra paese "legale" e paese reale.

Un Parlamento che dopo essere stato dichiarato incostituzionale si pretendeva persino "costituente" e che è stato sonoramente smentito dal Popolo in una consultazione che, per entità di affluenza alle urne, ha testimoniato ampiamente tutto il suo valore politico.

Un caso da manuale, ce lo insegnano illustri costituzionalisti.

Al Presidente #Mattarella non rimane che l'unica soluzione contemplata dalla Costituzione che è stata confermata dagli Italiani a stragrande maggioranza di voti: scioglimento anticipato delle Camere e indizione di nuove elezioni. Subito.

#M5S #Europa #HaVintoLaDemocrazia #ElezioniSubito

IL NUOVO REGOLAMENTO PARLAMENTARE, UN COMMENTO

 

 

Qui potete trovare gli emendamenti che abbiamo presentato

 

Il regolamento costituisce l’atto fondamentale del Parlamento europeo in quanto contiene le regole di funzionamento interno, fissa i diritti e le prerogative dei deputati e gruppi parlamentari, soprattutto quelli delle minoranze. Potremmo definirlo la Costituzione del Parlamento, nonché l’atto fondamentale dal quale dipende la vita democratica di questa Istituzione, che è l’unica direttamente eletta dai cittadini.

La modifica votata è stata effettuata a colpi di maggioranza e non è quindi qualcosa di accettabile. Il testo di riforma è il frutto del solito accordo delle larghe intese (PPE e S&D) che mortifica la vita democratica del Parlamento. Sarebbe stato invece auspicabile che la riforma avvenisse con il più ampio dibattito possibile e che fosse dedicata particolare attenzione al rispetto dei diritti delle minoranze. Si deve infatti ricordare che vi è stato un gruppo di lavoro che sì ha lavorato per circa 2 anni, ma a porte chiuse ed in modo opaco. Così, la maggior parte delle proposte avanzate dai gruppi di minoranza, incluse quelle del MoVimento 5 Stelle, non sono state né prese in considerazione né discusse.

Il testo uscito dalla Commissione Parlamentare Affari Costituzionali non rappresenta quindi un testo “condiviso” fra tutte le forze politiche e non è neanche il frutto del consenso tra queste ultime. La dimostrazione di ciò è l’elevato numero di emendamenti che sono stati presentati in plenaria ed il fatto che non fosse stato nemmeno previsto un dibattito parlamentare. Dibattito che ha avuto luogo solo a seguito dell’impulso dei piccoli gruppi, in particolare la richiesta è partita dal gruppo del GUE/NGL.

Entrando nel merito della riforma, diversi punti sono rimasti irrisolti. Si tradisce il rispetto dei diritti delle minoranze e la richiesta dei cittadini europei di una maggiore trasparenza ed etica in politica.

Di seguito, trovate la mia analisi sulle modifiche più significative che, a mio parere, rischiano di minare il pluralismo, la democrazia e la trasparenza all’interno del Parlamento europeo, divenendo un’arma nella mani dei gruppi di maggioranza.

 

1) L'articolo 7 (commi 1 e 2) che tratta della difesa dei privilegi e delle immunità dei parlamentari europei aggiunge dei tecnicismi e cambia la forma dei verbi allargando, di fatto, l'immunità. Le prerogative degli europarlamentari adesso vanno difese anche se "stiano per essere violate" o anche se c'è "la probabilità che venga commessa" una violazione. Inoltre, l’art. 9 comma 11 prevede una pericolosa procedura secondo la quale il “Parlamento esamina unicamente le richieste di revoca dell’immunità che gli sono state trasmesse dalle autorità giudiziarie o rappresentanze permanenti degli Stati membri”;

 

2) l’art. 11 al comma 1 bis introduce un semplice invito e non un obbligo per i deputati di “incontrare esclusivamente i lobbisti iscritti al registro di trasparenza”. Peccato però che il registro sia ancora quello facoltativo e che quello nuovo sarà un semplice accordo interistituzionale e non un regolamento avente forza di legge. Il comma 2 invece fissa il divieto di astenersi dall’usare un linguaggio diffamatorio razzista o xenofobo durante le discussioni. Ma come si fa a stabilirlo? Chi decide? Sulla base di quali criteri? Si tenga a mente inoltre che il Parlamento europeo funziona sulla base del meccanismo delle traduzioni simultanee, visto il multilinguismo. Una vera babele dove le sottigliezze semantiche si annullano. Il comma 3 bis, fissa poi il principio della responsabilità oggettiva per il deputato riguardo al comportamento dei membri del suo staff e delle persone che questi ha introdotto negli edifici del Parlamento. Una responsabilità oggettiva che rischia di tramutarsi in abuso di chi deve applicare la regola;

 

3) l’art. 15 prevede l’elezione a scrutinio segreto del Presidente, dei Vice-Presidenti e dei Questori. Il comma 2 fa riferimento ai criteri da rispettare nell’elezione di queste cariche e cita la rappresentanza degli orientamenti politici, quelli di genere e l’equilibrio geografico. Ma come si possono rispettare questi criteri se si tratta di una vera elezione e non di una nomina decisa prima a tavolino? Perché non si fa espresso riferimento al metodo D’Hondt? Con questa formulazione infatti si possono continuare a perpetrare pratiche discriminatorie come accaduto con il M5S;

 

4) all’art. 19 si fissano i limiti temporali del mandato del Presidente e delle altre cariche (Vicepresidenti e Questori). Il nostro emendamento che mirava a limitare il numero dei mandati a 1 o al massimo a 2 non è stato accolto. Una poltrona è per sempre;

 

5) l’art. 22 comma 3 conferisce un nuovo potere al Presidente che ora può valutare anche la ricevibilità delle interrogazioni parlamentari. Questo potere potrebbe essere usato come una mannaia verso chi osa porre domande troppo scomode alle altre Istituzioni;

 

6) l’art. 26, sulla conferenza dei Presidenti, è rimasto immodificato nella parte in cui stabilisce che quest’organo decida per consenso. Ma che cosa significa in pratica decidere per consenso? Secondo la mia esperienza, questa formula altro non è che un escamotage per coprire scelte prese in modo sprezzante dalla maggioranza. Inoltre, la questione della corretta rappresentanza di tutti i gruppi e dei non-iscritti all’interno di quest’organo non è risolta appieno. Si pensi ai casi di esclusione di alcuni gruppi come il nostro. Non vi è infatti alcun riferimento al metodo d’Hondt, che quindi continua ad essere un semplice “gentlemen agreement”;

 

7) l’art. 27 prevede la novità degli sherpa nelle negoziazioni con Consiglio e altre istituzioni. Si tratta di una novità positiva, però vista l’assenza del riferimento al metodo D’Hondt pone problemi circa possibili abusi;

 

8) il nuovo art. 30 bis prevede la possibilità di mantenere le cariche durante la campagna elettorale. La casta si autoassolve: una simile regola fa scaturire problemi di opportunità, etica e apre a rischi di conflitti di interesse;

 

9) l’art. 33 comma 1 bis, prevede che la Conferenza dei Presidenti si adoperi affinché si concordino le procedure intese a riflettere la diversità politica del Parlamento in seno alle Commissioni, delegazioni e organi decisionali. Questa formula che suona assai garbata, nasconde invece rischi di abusi ed esclusioni di alcune realtà politiche scomode. Il M5S aveva presentato un emendamento per riconoscere formalmente il metodo d’Hondt che è stato rigettato;

 

10) l’art. 47 bis introduce la possibilità di un’accelerazione della procedura legislativa. Di nuovo, questo può apparire come qualcosa di corretto, tuttavia non si prevede quali conseguenze pratiche ciò abbia nella vita parlamentare ed inoltre non vengono fissati i criteri chiari e precisi secondo cui si può giudicare una iniziativa legislativa come prioritaria. Possiamo immaginare che questa pratica porterà ad un contingentamento dei tempi di discussione e limiterà la possibilità di presentare emendamenti per i singoli deputati;

 

11) l’art 73 quinquies, disciplina le negoziazioni condotte in trilogo. Non sono previste regole di trasparenza e le riunioni potranno continuare ad avvenire a porte chiuse, senza che i cittadini sappiano. Avevo presentato degli emendamenti per incrementare la trasparenza che sono stati rigettati;

 

12) l’art. 119 si occupa delle mozioni di censura alla Commissione: si è alzato il quorum per la presentazione di una mozione di censura nel caso in cui ne sia stata votata un’altra nei 3 mesi precedenti (nuova soglia: 151 deputati);

 

13) l’art. 130 il numero delle interrogazioni parlamentari di fatto è aumentato: oggi 15, domani 20 in 3 mesi. Non è vero quindi che vi è stata una semplificazione e l’efficienza è stata aumentata;

 

14) gli artt. 130 bis e ter introducono un bizantino sistema di interpellanze minori e principali. Tali interpellanze sono però solo appannaggio di un gruppo politico, una commissione o il 5% dei membri e non dei singoli deputati. Senza poi contare che queste non semplificano il lavoro del Parlamento, ma anzi lo complicano parecchio;

 

15) l’art. 133 si è introdotto un limite severo alla possibilità dei singoli deputati di presentare proposte di risoluzioni. Se oggi il numero era illimitato, domani un deputato potrà presentare solo una proposta di risoluzione al mese;

 

16) l’art. 153 bis. Istituisce la discussione su tematiche di attualità: l’idea è buona, ma senza la previsione della distribuzione tra i gruppi dei singoli temi, secondo il metodo D’Hondt, si rischiano abusi. Inoltre, i non iscritti non sono presi in considerazione;

 

17) l’art. 165 commi 4 bis e ter Misure immediate. Il presidente può decidere di interrompere una trasmissione video in diretta se si usa un linguaggio o un comportamento diffamatorio, razzista o xenofobo. Inoltre, il Presidente può decidere di eliminare una registrazione per lo stesso motivo. Di nuovo, come si fa a stabilire quando si usa un linguaggio o comportamento del genere? Chi decide? Sulla base di quali criteri? Si tenga a mente inoltre che il Parlamento europeo funziona sulla base del meccanismo delle traduzioni simultanee, visto il multilinguismo. Una vera babele dove le sottigliezze semantiche si annullano;

 

18) l’art. 166 Sanzioni. E’ stata eliminata la pratica di sentire sempre il deputato interessato allorquando viene comminata una sanzione. Ora ciò avverrà solo in casi eccezionali. Si crea inoltre un registro web dei deputati sanzionati.

Si introduce inoltre una distinzione arbitraria su comportamenti visivi che sono ingiuriosi, diffamatori, razzisti e xenofobi e quelli che rimangono entro limiti ragionevoli;

 

19) l’art. 168 bis se una razionalizzazione delle varie soglie presenti nel regolamento parlamentare appare positiva, nei fatti si è proceduto ad una limitazione di alcuni diritti ora esercitabili da singoli deputati o gruppi;

 

20) gli artt. 171 4 bis 174, 175, 179 bis hanno cambiato sensibilmente alcune procedure di voto e l’ordine di votazione degli emendamenti limitando così al minimino i margini di manovra dei piccoli gruppi che vogliano presentare emendamenti;

 

21) gli artt. 180 e 180 bis disciplinano rispettivamente il voto per appello nominale e il voto a scrutinio segreto. Si è introdotto un limite massimo di richieste di 100 voti per appello nominale che ogni gruppo politico piò richiedere per tornata (seduta plenaria). Si tratta di una riduzione della trasparenza e di una palese limitazione dei diritti dei gruppi di minoranza. Noi avevamo chiesto l’introduzione di una norma secondo la quale si procedesse sempre con un voto per appello nominale. Ovviamente tale emendamento è stato rigettato. Un’altra regola che rimane immutata e che avevamo chiesto di cambiare riguarda il voto sulle nomine: continuano ad avvenire tutte a scrutinio segreto;

 

22) l’art. 199 I deputati non saranno più eletti dalla Plenaria nelle rispettive Commissioni, ma saranno i gruppi a nominarli. Tutto il potere quindi andrà al gruppo che controllerà i deputati. Tale norma rischia anche di contrastare con lo Statuto dei Deputati dove si stabilisce che il mandato è libero e che i deputati possono, e non devono, organizzarsi in gruppi. Inoltre, con tale nuova regola allorquando un deputato cambierà gruppo, perderà il proprio posto in Commissione;

 

23) l’art. 205 riguarda i Coordinatori Commissione: non si è modificata la parte relativa alla trasparenza delle loro riunioni e il metodo di decisione che continua basarsi sul consenso. Nella pratica non è così. Secondo la mia esperienza, questa formula altro non è che un escamotage per coprire scelte prese in modo sprezzante dalla maggioranza;

 

24) l’art. 208 Limitazione della possibilità per i deputati di presentare emendamenti. Secondo la nuova regola i deputati potranno presentare emendamenti solo nelle commissioni di cui sono almeno membri sostituti. In tutti gli altri casi, gli emendamenti infatti devono essere cofirmati almeno da un membro sostituto. Per i deputati non-iscritti questa è un’ulteriore limitazione delle loro prerogative.

 

25) Allegato I Codice di Condotta – conflitto di interessi

Le modifiche effettuate al codice di condotta sono modifiche minori, che non cambiano la sostanza della situazione attuale, e rappresentano solo un’opera di maquillage.

Così l’art. 2 lett b bis) prevede che i deputati “non si impegnano a titolo professionale in attività di lobbying remunerate, direttamente connesse al processo decisionale dell’Unione”. Se ciò, da un lato, appare positivo dall’altro mi chiedo quid iuris delle attività non remunerate? Che cosa accade se un deputato presta le proprie attività senza una remunerazione, ma poi viene assunto a fine mandato oppure una fondazione a lui collegata riceve delle donazioni?

Inoltre, tale divieto implica che fino ad adesso fosse possibile svolgere tale tipo di attività e non esclude affatto la possibilità che i deputati possano svolgere secondi lavori remunerati. Avevo presentato, a tal fine, un emendamento per impedire i secondi lavori, ma non è stati accolto, adducendo motivazioni giuridiche speciose. Stessa fine ha fatto un altro emendamento col quale avevo chiesto di introdurre l’obbligo per i deputati di pubblicare la dichiarazione dei redditi.

Le modifiche apportate all’art. 6, che tratta delle attività svolte dagli ex deputati introducono un semplice invito di informare il Parlamento qualora gli ex deputati svolgano attività di lobbying a titolo professionale o di rappresentanza. Anche qui avevo presentato alcuni emendamenti per porre rimedio in maniera efficace a tali situazioni, ma sono stati rigettati.

Nessuna modifica sostanziale è stata approvata alla procedura che si segue nel caso di violazioni del codice di condotta, né al comitato consultivo chiamato a fornire il proprio parere in tali casi, come stabilito all’art. 8. Ciò fa sì che il Presidente del Parlamento continuerà ad avere la piena discrezionalità su come valutare eventuali violazioni e non dovrà rendere conto pubblicamente delle sue decisioni. Il Comitato continuerà ad essere composto da soli deputati, e non da esperti esterni, inoltre non avrà poteri di iniziativa ex officio. Nulla esclude quindi che casi di accertata violazione del codice di condotta, come quello dell’eurodeputata ed ex ministro francese Rachida Dati che prestava consulenze legali a multinazionali dell’energia, si ripetano e continuino a non essere sanzionati.

 

E QUESTA LA CHIAMANO TRASPARENZA?

Decisione dell’Ufficio di Presidenza sul c.d. “legislative footprint”

 

La decisione dell’Ufficio di Presidenza sul c.d. “legislative footprint” (tracciabilità legislativa). Decisione che dà implementazione all’attuale accordo interistituzionale sul registro di trasparenza è davvero “divertente”.

In pratica, dal 1 novembre 2016 ogni relatore, di relazioni o pareri legislativi e non, potrà includere, su base puramente volontaria e sotto la sua esclusiva responsabilità, la lista delle organizzazioni ed individui che gli hanno fornito input nella stesura del proprio rapporto o parere. Tale lista comunque è non esaustiva e quindi si potrebbe “omettere” di indicare qualcuno che ha fornito preziosi contributi.
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