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La saga sul monopolio SIAE continua: cronaca di una procedura d’infrazione annunciata. I cittadini aspettano ancora una risposta

 

#FranceschiniRispondi

 

A circa un mese di distanza dalla risposta della Commissione europea ad una mia interrogazione, e dopo che ieri era uscita la notizia di un emendamento PD alla legge europea volto ad eliminare il monopolio SIAE, oggi si apprende che da Bruxelles si preparano ad aprire una procedura d’infrazione. Se tutto ciò venisse confermato, di ufficiale infatti non vi è ancora nulla, si tratterebbe di qualcosa che avevo anticipato.  La Commissione europea infatti aveva, in qualche modo, fatto trapelare qualcosa nella risposta alla mia interrogazione (unico atto ufficiale sinora presente): di fatto il diniego di accesso alla lettera con i rilievi sul decreto legislativo di recepimento della Direttiva Barnier (Direttiva 2014/26/UE) faceva presagire un tale scenario.

Ad oggi però non sappiamo ancora quali siano i rilievi mossi informalmente da Bruxelles (contenuti nella lettera di costituzione in mora) né se esistono, e quali siano, le risposte da parte del Governo italiano e del Ministro Franceschini in particolare. Sarebbe bene saperlo prima che la Commissione invii il proprio parere motivato e si apra formalmente la fase contenziosa (come previsto dall’art. 258 TFUE).

Credo che i cittadini abbiano il diritto di conoscere che cosa stia accadendo: esorto il Ministro Franceschini ed il Governo a rendere tutto pubblico nella massima trasparenza, per evitare ulteriori speculazioni e soluzioni semplicistiche.

 

Inoltre, credo che il PD ed il Ministro Franceschini se si aprirà la procedura di infrazione, debbano assumersi la responsabilità politica di tutto questo pastrocchio che si sarebbe potuto facilmente evitare e che rischia di costare caro a tutti i cittadini.

Un commento tecnico alla nuova direttiva sul diritto d'autore

 

In questa settimana, nella commissione per la cultura e l’istruzione, è stato votato il parere sulla proposta di direttiva della Commissione europea, riguardante il diritto d’autore nella nuova realtà digitale. Durante le negoziazioni abbiamo assistito alla formazione di un’alleanza trasversale e inedita tra PPE, S&D (il gruppo parlamentare che vede tra le sue fila il PD) e Verdi, dove lo Stato membro di appartenenza ha giocato un ruolo cruciale. Mentre i socialisti propongono di brindare al “buon esito” delle votazioni, vorrei spiegarvi alcune delle proposte vergognose appena approvate, che porteranno alla censura del web e a un accesso limitato e sempre più complicato all’offerta culturale europea.

Nella prima parte della proposta della Commissione europea, si introducono delle eccezioni obbligatorie per permettere l’utilizzo e la fruizione senza restrizioni di opere coperte dal diritto d’autore in talune situazioni ben specifiche: estrazione di testo e dati (text and data mining, art. 3), attività didattiche (art. 4) e conservazione del patrimonio culturale (art. 5). Si tratta fondamentalmente di misure volte a favorire la ricerca, facilitare lo sviluppo di start-up innovative, sostenere l’educazione e la cultura in Europa. Mentre io, insieme a pochi altri colleghi, ho lottato per ampliare ulteriormente la platea dei beneficiari delle eccezioni e ne ho introdotto di ulteriori (prestito digitale di opere letterarie, clausola sul fair use e sul dominio pubblico), molti altri hanno spinto per inserire numerose deroghe e limitazioni, di fatto svuotando di contenuto tali proposte. La grande coalizione, che a parole si schiera a favore dei cittadini e del pluralismo, coi fatti difende però le lobby (intermediari e grandi gruppi editoriali in primis). Ad esempio sono riusciti ad impedire l’introduzione di un’eccezione obbligatoria in favore dell’utilizzo di opere da parte degli utenti a scopo di parodia, satira e critica.

Nella seconda parte del testo, invece, la Commissione europea ha malauguratamente inserito due disposizioni che stanno facendo molto discutere: un nuovo diritto d’autore “ancillare” per gli editori (chiamato anche “tax link”) e un meccanismo di filtri che consente alle piattaforme come Youtube o Google di censurare i contenuti caricati dagli utenti qualora li ritenessero lesivi del diritto d’autore. Video, immagini, musica, tutto diventerebbe a rischio censura. Si tratta di due misure sbagliate, oltre che anacronistiche. In questo modo, infatti, da un lato si premiano gli sforzi delle lobby dell’editoria e dell’industria musicale e cinematografica, che con l’avvento di Internet hanno visto cambiare il loro modello di business e diminuire i loro profitti pubblicitari, mentre dall’altro si forniscono a soggetti privati (nemmeno europei) enormi poteri di censura in grado di mettere a repentaglio i diritti fondamentali dei cittadini, come la libertà di espressione. Tutto questo in nome del profitto di pochi.

Che dire invece delle misure in favore degli artisti? La Commissione europea ha proposto giustamente di intervenire nello sbilanciato rapporto tra artisti e autori, da un lato, e produttori e intermediari dall’altro. Nello specifico ha conferito agli artisti e autori il diritto di ricevere, in totale trasparenza, tutte le informazioni relative alle modalità di sfruttamento delle opere da loro prodotte, inclusi i ricavi e benefici ottenuti, da parte di coloro che ne hanno acquistato i diritti patrimoniali (ad es. diritto di riproduzione, pubblicazione, comunicazione al pubblico). In questo modo l’artista, nell’eventualità di una sproporzione tra la remunerazione a lui riconosciuta e l’effettivo valore economico dell’opera, avrebbe la possibilità di rinegoziare i termini del contratto per adeguarlo alla situazione reale. Purtroppo la solita alleanza trasversale ha inserito varie clausole che impediscono l’adeguamento del contratto qualora il contributo degli artisti non sia significativo rispetto al complesso dell’opera. Come si fa però ad applicare un criterio così soggettivo e variabile a un ambito, quello culturale, che per definizione è liberamente interpretabile? Anche qui, a ben vedere, a parole ci si schiera in difesa delle parti deboli, ma poi attraverso i dettagli si continua a difendere e proteggere gli interessi delle lobby e dei grandi gruppi industriali. Come si suol dire, il diavolo è nei dettagli.

Tutto questo è ancora più inaccettabile se si pensa che questo parere proviene dalla commissione cultura, che più di ogni altra dovrebbe favorire la ricerca, la creatività, l’accesso alla cultura e al tempo stesso tutelare la posizione dei piccoli artisti e autori, vere e proprie parti deboli dell’industria culturale. Invece, come spesso succede in questo Parlamento, è stato tutelato soltanto lo sfruttamento economico delle opere culturali, appannaggio di pochi, nella solita ottica di massimizzazione del profitto. La battaglia non è però finita, perché tra qualche settimana all’interno della Commissione giuridica inizieranno le negoziazioni sulla relazione principale, di cui sono relatrice ombra. Mi batterò affinché le nostre istanze trovino accoglimento, per un’Europa dove la cultura sia davvero accessibile a tutti e dove i cittadini abbiano le condizioni migliori per esprimere la propria creatività e le start-up dispongano di un terreno fertile per innovare.

Pensa ad un prodotto tipico del tuo territorio, scommettiamo che nell'accordo EU - Canada non c'è?

 

«Il pomodoro San Marzano, la colatura di alici di Cetara, il fior di latte di Tramonti, le nocciole di Giffoni, la rapa cavaiola. Ed ancora, il ciauscolo marchigiano, la cipolla di Isernia e le ciliegie di Bracigliano. Prodotti delle nostre terre e che, secondo gli italiani di quelle terre, sono tipicità di un’Italia che passa anche per queste ricchezze. Eccellenza culinarie che non rientrano però nel CETA, il trattato economico e commerciale tra l’Unione Europea ed il Canada.

Negli scorsi giorni ho posto una semplice domanda: “Qual è il prodotto che meglio racconta il tuo territorio?” a tanti miei conterranei, Ne è nato un elenco di peculiarità agricole ed ittiche, una sorta di “lista delle tipicità”».

A parte la mozzarella di bufala campana, nessuno dei prodotti che ho registrato però è chiaramente tutelato dal CETA. Sto parlando di un macigno di 1598 pagine che si divincola tra diritti e doveri, deroghe giudiziarie e regolamentari, diplomazia che parla di “Comprehensive Economic And Trade Agreement” e che, provvisoriamente, diviene riferimento unico per il commercio tra i 28 Stati membro dell’Unione ed il territorio canadese. Provvisoriamente perché il Parlamento italiano, così come quello di ciascuno Stato, dovrà ratificare l’accordo. Per ora l’iter legislativo italiano ha trovato il favore del Governo il 24 maggio scorso e recentemente della Commissione Affari Esteri del Senato.

L’accordo economico e commerciale, secondo il Governo italiano, crea «nuove opportunità per il commercio e gli investimenti». Qualche dubbio però viene se si comincia a spulciare l’accordo e si leggono anche solo i capitoli che riguardano la tutela della denominazione dei prodotti. Dopo aver passato in rassegna un elenco corposo che riguarda le eccellenze culinarie francesi, si arriva all’Italia.

Ho contato 41 prodotti del “Bel Paese”. Tra Cotechino Modena, prosciutto di Parma, Asiago e Mozzarella di bufala campana. Con il CETA dobbiamo scordarci però le tipicità della Costiera Amalfitana, del Salento. Non ho trovato i prodotti lucani e molisani. La nduja calabrese e la cipolla d’Isernia per l’accordo transatlantico euro-canadese non sono degni di tutela. Nel paragrafo “dolci e prodotti da forno”, la tutela si ferma in Toscana ad esclusivo appannaggio dei “Ricciarelli di Siena”. E la “Pastiera di grano”? Dov’è finita. Addio anche a qualsiasi possibilità di tutela del Pomodoro San Marzano DOP.

Vantiamo l’Italia per un’infinità di ricchezze, artistiche e culturali. Il nostro Paese è anche ai vertici mondiali per essere la terra della dieta mediterranea, dei prodotti tipici e del gusto unico ed ineguagliabile. A ben vedere l’accordo EU-Canada, ho avuto la la sensazione di leggere una serie di fogli firmati tra qualche Paese dell’Unione ed il Canada. Con quest’ultimo che a sua volta potrà godere di deroghe di non poco conto. Un esempio? Il capitolo sugli OGM è stato lasciato in bianco. La Commissione europea e il governo canadese nomineranno dei burocrati nel Joint Committee, nuovo organo sovranazionale, e decideranno i criteri per stabilire se gli alimenti canadesi offrono un livello di sicurezza adeguato agli standard europei.

Il via libera del Parlamento europeo al CETA è arrivato lo scorso 15 febbraio con il voto favorevole in plenaria dell’ala renziana del Partito Democratico, Forza Italia, Nuovo centrodestra e l’UDC. Contro hanno votato i bersaniani ed il Movimento Cinque Stelle. Altri ancora hanno deciso per l’astensione. Nel complesso l’accordo ha avuto il favore di 408 eurodeputati, 254 i contrari e 33 gli astenuti.

Sono convinta che il CETA sia un accordo che destabilizza le produzioni tipiche locali. Quando ho letto la lista delle eccellenze tutelate dal trattato EU-Canada ho provato rabbia e sconforto. Quando ho chiesto ad amici ed ambienti social, quale fosse il prodotto tipico, e tutti mi rispondevano prodotti unici, ma nessuno presente nel CETA ho avuto la certezza che l’accordo non fosse stato fatto per me o i miei concittadini. L’Italia meridionale presente con un solo prodotto? Possibile che la mozzarella di bufala campana sia il comune ed unico denominatore del nostro Sud?  Al Parlamento europeo ho votato convintamente contro il CETA perché toglie voce ai miei concittadini mettendo in serio pericolo le PMI. Sono oltremodo convinta che un accordo così concepito non porterà nessun beneficio alla crescita economica. Per chi dice il contrario, dica anche che il CETA promette lo 0,01% di crescita all'anno. Non mi sembrano numeri per cui valga sacrificare la nostra cultura culinaria. Nell’accordo non ho trovato alcun criterio di trasparenza nei negoziati né tantomeno nella possibilità data alle multinazionali di fare causa agli Stati contro ogni legge che riduca i loro profitti davanti a corti sovranazionali. Spero che i parlamentari italiani capiscano che in ballo c’è la nostra cultura, i nostri prodotti, gli agricoltori delle nostre regioni, la bontà delle nostre tavole.

 

NOTE. Ecco i prodotti italiani tutelati nella loro denominazione.

Carni fresche, congelate e lavorate: Cotechino Modena, Zampone Modena, Bresaola della Valtellina, Mortadella Bologna, Speck Alto Adige/ Südtiroler Speck/ Südtiroler Markenspeck, Culatello di Zibello, Lardo di Colonnata.

Carni secche: Prosciutto di Parma, Prosciutto di S. Daniele, Prosciutto Toscano, Prosciutto di Modena.

Formaggi: Provolone Valpadana, Taleggio, Asiago, Fontina, Gorgonzola, Grana Padano, Mozzarella di Bufala Campana, Parmigiano Reggiano, Pecorino Romano, Pecorino Sardo, Pecorino Toscano.

Frutta e frutta fresca e frutta a guscio: Arancia Rossa di Sicilia, Cappero di Pantelleria, Kiwi Latina, Mela Alto Adige/Südtiroler Apfel, Pesca e Nettarina di Romagna.

Aceti: Aceto balsamico Tradizionale di Modena, Aceto balsamico di Modena.

Prodotti vegetali freschi e trasformati: Lenticchia di Castelluccio di Norcia, Pomodoro di Pachino, Radicchio Rosso di Treviso.

Oli commestibili: Veneto Valpolicella, Veneto Euganei e Berici, Veneto del Grappa.

Carni fresche, congelate e trasformate: Culatello di Zibello, Garda, Lardo di Colonnata.

Dolciumi e prodotti da forno: Ricciarelli di Siena.

Cereali: Riso Nano Vialone Veronese.

Un modello di governance efficiente del nostro patrimonio culturale è possibile

 

 

Antonio Leo Tarasco, alto dirigente del Mibact e docente di diritto amministrativo, nel suo ultimo libro “Il patrimonio culturale, modelli di gestione e finanza pubblica” fa un’analisi lucida e impietosa sulla gestione del nostro patrimonio.

Prima di qualsiasi proposta vanno analizzate le criticità e secondo Tarasco tra le cause principali della mala gestione c’è l’esiguità delle risorse economiche a disposizione,  un patrimonio immenso, un orientamento culturale incentrato sulla considerazione che il patrimonio culturale sia una fonte di spesa e non di entrata. Se ci aggiungiamo il problema dei siti chiusi e dalla scarsa affluenza, anche pari a zero dei siti aperti (nel 2016, nei 529 siti censiti, oltre la metà degli introiti costituisce il prodotto delle visite in nei soli Uffizi, Pompei e Colosseo), ci rendiamo conto della gravità della situazione.

Che fare se la coperta è troppo corta per sostenere un patrimonio così grande? Una soluzione è possibile: elaborare un modello di governance innovativo, cucito su misura per l’Italia considerandone le peculiarità. Inutile guardare all’estero perché nessuna situazione è paragonabile alla nostra e il nostro paese può a pieno diritto diventare un faro mondiale nella realizzazione di una politica di gestione moderna e efficiente. Imprescindibile la canalizzazione di capitale e risorse private nella realizzazione dell’equilibrio tra entrate e spese (fino a questo momento le sponsorizzazioni culturali si sono infatti rivelate un flop), un aumento dei servizi aggiuntivi dal momento che i ricavi generati oggi derivano ancora dagli introiti di biglietteria, in generale una politica di valorizzazione dell’intero patrimonio e non solo di quei pochi famosissimi siti.

L'obiettivo non è solo l'aumento dei turisti, l’obiettivo è la conservazione del nostro patrimonio, la sua fruibilità e il ritorno di ricchezza sul territorio. Tutto questo è possibile. 

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